Marketing e branding: perché il vero business non vende prodotti, ma costruisce brand specifici che la gente vuole possedere
Davanti a un chiosco di gelati a Villasimius, la scelta che un cliente compie in pochi secondi racconta più di qualsiasi manuale di marketing. Nessuno si chiede se quel gelato sia firmato Algida o Sammontana. Si chiede se ci sia un Cornetto, un Magnum, un Cucciolone. Sono prodotti, certo, ma prima di tutto sono brand: nomi che nella mente del cliente risolvono un’esigenza specifica ancora prima che la marca madre entri in gioco. È da questa osservazione, semplice e quotidiana, che nasce una delle riflessioni più utili per chi guida un’impresa, piccola o grande che sia.
Il primo errore che molti imprenditori commettono riguarda la delega. Il marketing e il posizionamento sono attività troppo rilevanti per essere lasciate interamente nelle mani di un’agenzia esterna. L’imprenditore deve occuparsene in prima persona, costruendo la conoscenza che gli manca e affidando poi l’operatività a chi ha competenze tecniche specifiche. La visione strategica, però, resta una responsabilità che non si può cedere: chi guida l’azienda conosce il mercato meglio di chiunque altro e ne porta la maggiore responsabilità di successo.
Tre domande aiutano a orientare questo ragionamento verso un livello di maggiore valore. Qual è la proposta di valore unica dell’azienda? Perché un potenziale cliente dovrebbe scegliere proprio quella realtà e non un competitor? Quale esigenza specifica viene effettivamente risolta? Dietro queste domande si nasconde un concetto che ogni imprenditore dovrebbe conoscere a memoria: il dialogo mentale del cliente. Prima di un acquisto, chi sta valutando un’azienda si pone dubbi precisi. Sarà il fornitore migliore a cui affidarsi? Saranno lenti? Saranno troppo cari rispetto alla qualità offerta? C’è qualcuno che si è già rivolto a loro ed è rimasto soddisfatto? Costruire messaggi, materiali pubblicitari e contenuti social che rispondano direttamente a queste domande è il modo più efficace per distinguersi dalla concorrenza e avviare un percorso verso risultati duraturi.
Una volta acquisito un cliente, resta da capire quanto sia costato ottenerlo. Il CAC, costo di acquisizione cliente, si calcola in modo relativamente semplice: si misura quanti nuovi clienti arrivano ogni mese grazie alle attività di marketing, si dividono le somme investite in sponsorizzazioni, personale dedicato e materiali promozionali per il numero di clienti acquisiti, e si ottiene il costo unitario. Se nel mese di agosto si investono duemila euro e si acquisiscono dieci nuovi clienti, il CAC risultante è di duecento euro. A quel punto entra in gioco un secondo dato altrettanto rilevante: quanto spende in media un cliente nei primi mesi successivi all’acquisizione, e per quanto tempo continua a farlo. Se la spesa media nei primi due mesi è di centocinquanta euro e successivamente il cliente smette di acquistare, il metodo di acquisizione e la retention rate dell’azienda risultano in perdita. Sono calcoli che oggi rappresentano una base imprescindibile per chi vuole competere con metodo, e una consulenza con un esperto del settore, supportata da un buon sistema CRM, evita di disperdere risorse su strategie poco efficaci.
C’è poi una dimensione che spesso viene sottovalutata: quella del personal brand. I marchi più solidi crescono più rapidamente quando affiancati da una figura riconoscibile, capace di rappresentarli pubblicamente. Costruire la propria identità professionale, e quella dei propri manager, su LinkedIn più che su altri canali social, apre la strada a relazioni di valore particolarmente significative per chi opera nel business to business.
Tornando al chiosco di gelati, emerge un principio che si applica a qualunque settore. Le persone vogliono risolvere esigenze specifiche, e scelgono il brand che meglio rappresenta quella soluzione nella loro mente, prima ancora di considerare l’azienda che lo produce. Un brand costruito attorno a un prodotto specifico rafforza l’identità dell’azienda madre più velocemente di quanto accada nella direzione opposta. Nessuno scegliendo un panino da asporto pensa al nome della catena: pensa al McChicken. Nessuno acquistando un dolce alla nocciola pensa alla Ferrero: pensa alla Nutella. Folletto, Smart, Sofficini, Havaianas sono tutti esempi della stessa dinamica: nomi di prodotto che hanno superato, in termini di riconoscibilità, il marchio dell’azienda che li produce. Anche in Sardegna esistono casi simili, come Gavina per le angurie.
L’errore più comune commesso dalle imprese è l’opposto: un unico marchio aziendale sotto cui confluiscono decine di servizi e prodotti senza un nome specifico capace di posizionarsi nella mente del cliente. Una piccola impresa che vende materiale idraulico genericamente fatica a distinguersi. Se invece quella stessa impresa crea un brand specifico su un modello particolare di rubinetto, costruisce una campagna dedicata, organizza un evento di presentazione e racconta una storia attorno a quel prodotto, ottiene un risultato diverso: il prodotto specifico finisce per rafforzare l’azienda madre, non il contrario. È lo stesso meccanismo che ha reso l’iPhone capace di generare oltre cinquantuno miliardi di dollari di vendite, pari al sessanta per cento del fatturato Apple. Non è il marchio Apple a rendere forte l’iPhone: è l’iPhone, con la propria identità di prodotto, a continuare a trainare l’intera azienda, aprendo la strada all’acquisto di Mac, Apple Watch e AirPods.
Applicare questo principio non richiede una grande azienda né budget elevati. Un bar può inventare un drink con un nome proprio e una presentazione che lo renda memorabile. Un autolavaggio può lanciare un servizio di ritiro e riconsegna battezzandolo con un brand specifico, offrendolo gratuitamente per un periodo limitato in una zona ad alta densità di uffici. Un’agenzia di comunicazione forte nella creazione di loghi può costruire un servizio express con un nome riconoscibile e una promessa precisa sui tempi di consegna. Un commercialista può strutturare una consulenza gratuita sulla gestione del debito sotto un nome dedicato. Una mensa aziendale può trasformare un singolo piatto in una piccola leggenda gastronomica. Un negozio di arredamento può inventare una cassettiera con caratteristiche distintive e costruirci attorno una comunicazione mirata. Un supermercato può rendere il proprio servizio di consegna un brand a sé, con una promessa di velocità misurabile. Un’autofficina può distinguersi offrendo una relazione scritta su ogni intervento, trasformando la trasparenza in un servizio riconoscibile. Una pizzeria forte su una specifica ricetta può costruirci attorno un nome, un logo e una storia.
Diventare un punto di riferimento nel proprio mercato per un prodotto o un servizio specifico, e farlo arrivare nelle mani di quanti più utilizzatori possibile, produce una conseguenza naturale: la crescita del marchio aziendale, del fatturato e delle quote di mercato. Creare un buon prodotto genera fatturato. Creare un brand attorno a quel prodotto, con metodo e costanza, può generare qualcosa di più duraturo nel tempo.
