Italo Piroddi, CEO di Aruba Academy in MBS Sardegna: il capitale umano è tutto ciò che le persone scelgono di darvi ogni giorno
Ogni sera, il capitale più importante di un’azienda esce dalla porta e torna a casa. La mattina dopo potrebbe non rientrare. Italo Piroddi, CEO di Aruba Academy e Chief Learning Officer del Gruppo Aruba, ha aperto il suo intervento alla seconda giornata di MBS Sardegna con questa immagine. È un modo di descrivere il capitale umano che non lascia spazio all’ambiguità: le persone non sono asset di bilancio, sono risorse volontarie. Quello che portano ogni giorno in azienda, lo scelgono. E possono smettere di sceglierlo.
La definizione che Piroddi ha consegnato alla platea di imprenditori riuniti a MBS Sardegna è precisa: «Il capitale umano è tutto ciò che le persone scelgono di darvi ogni giorno spontaneamente». Non quello che sono obbligate a dare per contratto, ma quello che aggiungono liberamente. La distanza tra i due livelli è la differenza tra un’organizzazione che funziona e una che prospera.
Per colmare quella distanza, la condizione necessaria è che le persone stiano bene e si sentano valorizzate. Piroddi ha declinato questo principio con concretezza: le persone devono sapere quanto il loro lavoro incide sull’operato complessivo dell’azienda. Quando questo collegamento è chiaro, il senso di contributo è reale. Quando è opaco, le persone eseguono senza capire perché, e il livello di coinvolgimento si abbassa progressivamente.
Le aziende, nella visione portata in sala, devono funzionare come palestre per i propri collaboratori. Non nel senso retorico di ambienti stimolanti, ma in senso letterale: devono lasciare qualcosa di positivo nelle persone che le attraversano, anche quando queste vanno via. È un concetto che ribalta la logica difensiva che spesso accompagna il tema della formazione: l’idea che investire su qualcuno che potrebbe poi andarsene sia uno spreco. Piroddi argomenta il contrario. Un’azienda che forma e sviluppa costruisce reputazione. Diventa un luogo dove vale la pena lavorare, e questo attrae altre persone di valore.
Il mercato del lavoro di oggi rende questo principio ancora più urgente. I giovani che entrano nel mercato del lavoro sono ambiziosi e consapevoli delle proprie opzioni. Cercano prospettive di crescita e formazione, e hanno la capacità di guardarsi intorno e scegliere chi può valorizzarli. L’azienda che non offre questa prospettiva non concorre per i talenti: semplicemente non viene considerata. È un cambiamento strutturale nel rapporto tra lavoratore e datore di lavoro, e ignorarlo ha un costo che si misura in turnover, difficoltà di recruiting e perdita di competenze.
Su questo sfondo, Piroddi ha introdotto il tema dell’intelligenza artificiale con una prospettiva che raramente emerge nel dibattito pubblico. L’AI, ha spiegato, va usata per migliorare i processi che consumano più tempo nelle organizzazioni. L’obiettivo non è sostituire le persone, ma liberare tempo da dedicare a loro: conoscerle oltre il lavoro, capire cosa le muove, costruire le relazioni che rendono possibile il coinvolgimento reale. In questa lettura, la tecnologia diventa uno strumento al servizio della qualità delle relazioni umane in azienda, esattamente il contrario di come viene spesso percepita.
La questione dell’obsolescenza delle competenze è un altro punto che Piroddi ha affrontato con una distinzione che vale la pena ricordare: nessuna persona diventa inutile, alcune competenze sì. È una differenza che cambia completamente il modo di guardare alla formazione. Se le competenze si aggiornano e le persone rimangono, il percorso formativo ha senso come investimento continuo, non come intervento di recupero. Le competenze verso cui dirigere questo investimento, nell’era dell’AI, sono quelle che la tecnologia non può replicare: la capacità di prendere decisioni in contesti complessi, il giudizio, l’etica. Proprio in ambito AI, dove le implicazioni delle scelte algoritmiche sono spesso significative, queste capacità diventano decisive.
L’imperativo etico che Piroddi ha portato come chiusura del ragionamento viene dalla filosofia: agire in modo da trattare le persone come fine, mai semplicemente come mezzo. È una formulazione kantiana applicata al contesto organizzativo, e ha implicazioni pratiche immediate. Una persona che viene trattata come strumento per raggiungere un risultato lo percepisce, e risponde riducendo il contributo spontaneo che era disposta a dare. Una persona che si sente valorizzata come fine in sé porta qualcosa di diverso, qualcosa che il contratto non può prescrivere.
Il capitale umano rende viva l’azienda e permette di raggiungere i risultati: è la sintesi con cui Piroddi ha inquadrato l’intero ragionamento. La scelta delle parole è precisa. Non “contribuisce” ai risultati, non “supporta” l’organizzazione. La rende viva. È una distinzione che dice tutto sulla prospettiva da cui guardare al tema: le persone in azienda non sono un mezzo per produrre output, sono la condizione stessa perché l’organizzazione abbia un senso e una direzione.
