Desulo, dove il futuro torna ad abitare: la rete di giovani imprese che ripensa le aree interne
Per anni il futuro ha avuto un’unica direzione: via. Via dai paesi dell’interno, via dai centri piccoli, via dai luoghi percepiti come marginali rispetto alle traiettorie della formazione, del lavoro, della crescita personale. A Desulo, quasi 2mila abitanti nel cuore della Barbagia, questa idea ha segnato intere generazioni. Non come scelta, ma come orizzonte dato per inevitabile. È dentro questa consuetudine culturale che si colloca il significato più profondo di Futuro (è) locale, il progetto nato dall’iniziativa di Francesca Frongia e Sara Frongia insieme a una rete di imprese, professionisti e realtà del territorio. Non una semplice associazione, ma un tentativo concreto di cambiare la grammatica con cui si raccontano e si vivono le aree interne.
Francesca, architetta, e Sara, grafica, hanno in comune una traiettoria ormai riconoscibile in molti territori periferici italiani: la partenza, l’esperienza fuori dall’isola, il ritorno. Ma nel loro caso il rientro non coincide con una nostalgia individuale né con una scelta difensiva. È piuttosto un passaggio di consapevolezza. A cambiare, raccontano, è stata la percezione del luogo d’origine, del suo valore e delle sue possibilità. Desulo, per loro, ha smesso di essere solo il punto da cui si parte ed è tornato a essere un luogo da osservare, interpretare, attivare.
La forza del progetto sta proprio qui. Non nasce da una retorica del ritorno, ma dalla volontà di ribaltare uno schema sedimentato: l’idea che in certi territori non ci sia nulla da fare e che l’unico modo per costruirsi un futuro sia andare altrove. Per Francesca e Sara questa convinzione non è solo economica, ma storica, culturale e generazionale. Molti giovani, spiegano, sono cresciuti con il messaggio implicito o esplicito che restare fosse un errore. Prima Cagliari, poi il “Continente”, poi l’estero: la mobilità come destino obbligato, più che come scelta. Futuro (è) locale interviene esattamente su questo punto, cercando di produrre un cambio di sguardo prima ancora che una risposta organizzativa.
Il progetto prende forma attraverso una rete che unisce imprese, giovani, studenti e comunità del centro Sardegna con l’obiettivo di promuovere una crescita sostenibile del territorio. Parlare di un’iniziativa riconducibile solo alle sue ideatrici sarebbe però riduttivo. A sostenerla ci sono realtà diverse, attive in ambiti differenti, che hanno scelto di condividere un’idea di sviluppo fondata sulle relazioni. Ne fanno parte Ommo Design Studio, Studio Tràtos, Rovajo, Non solo caffè Nuoro, Il nuovo forno, la pizzeria La Peonia, il supermercato di Giuseppe Loddo e il bar Arangino. A queste si sono aggiunte quest’anno l’azienda agricola Terra Promessa e Il Raccolto di Merea, oltre al contributo di Francesca Todde, impegnata nell’organizzazione di eventi. Una composizione eterogenea, che racconta una delle intuizioni più rilevanti del progetto: lo sviluppo locale non nasce da un attore unico, ma da una trama di soggetti che decidono di riconoscersi come parte di un processo comune.
Il percorso ha preso avvio come rete informale di imprese, per poi trasformarsi in associazione. Il passaggio non è soltanto giuridico o organizzativo. Segna un allargamento di prospettiva. Da un lato permette di includere anche attività non profit, dall’altro consolida l’idea di diventare un punto di riferimento per chi, pur avendo intenzione di costruire qualcosa, non sa da dove partire. È una funzione meno visibile rispetto all’apertura di un’impresa o all’organizzazione di un evento, ma probabilmente più decisiva: far emergere ciò che esiste già, renderlo leggibile, dimostrare che anche nei territori percepiti come fragili esistono iniziative giovani che lavorano spesso quasi in sordina.
Secondo Francesca e Sara, il problema non è sempre l’assenza di possibilità. Spesso è la loro invisibilità. Nel centro Sardegna, osservano, non è raro incontrare under 30 che hanno aperto un’azienda e cercano di farla crescere. Quello che manca, più che altro, è un ecosistema capace di far dialogare queste esperienze, di mostrarle ad altri, di farne una base per nuove scelte. Per questo uno degli strumenti principali del progetto è la costruzione di reti temporanee di imprese. Ogni anno alcune realtà vengono coinvolte come nucleo iniziale e da quel punto il lavoro si allarga progressivamente al territorio. L’obiettivo non è solo generare occasioni economiche, ma anche recuperare e rafforzare relazioni sociali, nella convinzione che la qualità della vita nei piccoli centri dipenda anche dalla densità dei legami e dalla possibilità di riconoscersi in un tessuto condiviso.
Su questo terreno la dimensione economica e quella comunitaria si intrecciano in modo evidente. Futuro (è) locale non si limita infatti a favorire connessioni tra imprese, ma costruisce occasioni di incontro pubblico e informale. Passeggiate, visite alle aziende, momenti di esplorazione del territorio, ma anche i Dialoghi del Gennargentu, incontri ospitati negli spazi delle imprese o in luoghi messi a disposizione dalla comunità. La scelta del formato è parte del messaggio. Non interessa creare eventi istituzionali, spiegano le promotrici, ma spazi conviviali e orizzontali, in cui le persone possano parlare, ascoltarsi e riconoscersi senza la pressione della performance pubblica. È una linea coerente con l’idea di fondo del progetto: non costruire vetrine, ma contesti in cui possano nascere fiducia e confronto.
Anche il cibo e i prodotti locali entrano in questa visione con un ruolo preciso. La promozione delle filiere corte, nelle parole di Francesca e Sara, non è soltanto una scelta economica. È anche una scelta culturale. Significa rimettere al centro ciò che esiste intorno, farne occasione di consapevolezza, riportare valore a ciò che per abitudine viene considerato marginale o scontato. In questo senso, la rete è insieme strumento produttivo e dispositivo simbolico: serve a sostenere attività economiche, ma anche a restituire significato ai luoghi e alle pratiche quotidiane.
C’è poi un altro aspetto che rende questo esperimento particolarmente interessante. Il suo raggio di azione non si chiude su Desulo né sulla sola Barbagia. Al contrario, le promotrici spiegano di scoprire ogni giorno progetti simili in altre aree della Sardegna e d’Italia. È un elemento importante perché sposta la questione dal luogo al tempo storico. Non si tratta, nel loro sguardo, di una condizione eccezionale legata a un paese specifico, ma del segno che in molti territori marginalizzati sta emergendo una stessa urgenza: quella di attivarsi, di rimettere in moto comunità e possibilità, di immaginare uno sviluppo non fondato sull’abbandono.
In questo quadro, il valore di Futuro (è) locale non sta soltanto in ciò che realizza direttamente, ma anche nella disponibilità a lasciare che altre iniziative nascano in autonomia. Francesca e Sara lo dicono con chiarezza: sono felici se nascono altre associazioni, altre imprese, altri progetti, anche senza di loro. È una posizione che restituisce bene la maturità del progetto. Non cerca centralità, ma movimento. Non vuole presidiare uno spazio, ma contribuire a crearne altri.
Nel racconto delle aree interne italiane si insiste spesso sulle mancanze: servizi ridotti, calo demografico, rarefazione del lavoro, rischio di abbandono. Tutti elementi reali, che non possono essere ignorati. Ma il caso di Desulo mostra che esiste anche un altro livello di lettura, meno legato alla diagnosi e più alla capacità di costruire risposta. Una risposta che non nega la fragilità, ma prova a trasformarla in iniziativa condivisa. Il futuro, in questo caso, non viene idealizzato. Viene riportato a una scala concreta: quella delle persone, delle imprese, delle relazioni e della possibilità di abitare un territorio senza viverlo come un limite.
