Chervu, il mirto oltre il liquore: la scommessa di Filippo Murru tra agricoltura, prodotto e territorio
Dove oggi si estende quello che viene indicato come il mirteto più grande d’Europa, fino a pochi anni fa c’era una foraggera abbandonata da mezzo secolo. In mezzo, tra le cime dei Sette Fratelli e la fascia costiera di Cala Sintzias, Cala Pira e Costa Rei, si colloca la storia di Chervu e di Filippo Murru, 47 anni, imprenditore con una laurea in Economia e un passato nella consulenza finanziaria. È una storia che unisce visione imprenditoriale, resistenza burocratica, ricerca di prodotto e legame con il territorio. Ma soprattutto è la dimostrazione di quanto, in Sardegna, un’idea possa ancora trasformarsi in impresa anche quando il contesto sembra fare di tutto per rallentarla.
Murru acquista quell’area nove anni fa con l’intenzione di cambiarne il destino. Non si limita a recuperare un terreno agricolo: vuole costruire un modello d’impresa che metta insieme produzione, identità territoriale e innovazione. Il primo passo arriva circa dieci anni fa, con l’impianto di un piccolo mirteto su poco più di un ettaro. Le piante, spiega, nascevano spontaneamente e proprio per questo avevano una qualità genetica elevata. Da lì prende forma il progetto.
L’anno successivo arriva l’idea dell’ampliamento, sostenuta dalla partecipazione al Bando Giovani del Programma di sviluppo rurale della Regione, lo strumento che consente di accedere a finanziamenti in parte a fondo perduto per il miglioramento fondiario.
L’ampliamento, una volta avviato, porta la superficie coltivata a mirto a 8 ettari e mezzo, con oltre 23mila piante. Ma i numeri, da soli, non bastano a spiegare il senso del progetto. Chervu non cresce soltanto in estensione: cresce in una precisa direzione industriale. Murru ragiona da subito in termini di innovazione, circolarità e sostenibilità ambientale. Realizza un impianto di sub irrigazione che consente all’acqua di arrivare alle piante per induzione, con un consumo molto ridotto. Progetta poi un impianto di riutilizzo dei reflui alimentato da un sistema fotovoltaico, pensato per portare l’azienda verso l’autosufficienza energetica. Sono scelte che non servono solo a migliorare l’efficienza produttiva, ma definiscono il profilo di un’impresa che prova a integrare il tema ambientale dentro il modello economico.
Mentre la piantagione prende forma, prende corpo anche la seconda intuizione, forse quella più rilevante sul piano del posizionamento. In un mercato del mirto dominato dai liquori ottenuti dalle bacche, Murru sceglie di spostare il prodotto su un altro piano. Nasce così un distillato di mirto, il primo, nelle informazioni disponibili, a cercare un’identità distinta in un comparto fortemente legato alla tradizione del liquore. L’obiettivo è chiaro: uscire dagli schemi, differenziarsi, costruire un prodotto di nicchia destinato a una fascia alta di mercato.
Per farlo, il lavoro si concentra su ogni elemento della filiera. Alla qualità botanica della materia prima si affianca l’utilizzo di alcol da materia vinosa di Montalcino, non derivato da OGM. Le bottiglie vengono realizzate in vetro pregiato. Il packaging è curato come parte integrante dell’esperienza di prodotto. La produzione resta limitata, ma proprio questa scelta consente di avviare i primi accordi commerciali, di vendere online e di partecipare a rassegne in cui il prodotto diventa anche racconto di una filosofia, di un ambiente e di un territorio.
Il mercato risponde gradualmente. Arrivano premi e riconoscimenti, citazioni da parte del Gambero Rosso e del Touring Club. Nel frattempo la gamma si amplia con altri quattro prodotti, tra cui due affinati in barrique e un distillato a base di lentisco e olivastro. Un ulteriore prodotto, definito cold compound, è in arrivo. Qui si legge con chiarezza il tratto imprenditoriale dell’operazione: non limitarsi a valorizzare una materia prima locale, ma costruire attorno a essa un nuovo filone di mercato, capace di tenere insieme radicamento territoriale e ricerca di differenziazione.
L’ultima intuizione di Murru sposta ancora una volta il progetto su un terreno diverso. Nasce così la bacca di mirto essiccata venduta in busta, un prodotto che unisce conoscenza storica e logica commerciale. L’idea parte da una ricostruzione precisa: prima dell’arrivo del pepe importato dalla Compagnia delle Indie, il mirto era largamente utilizzato come spezia da cucina nel Mediterraneo, dall’epoca romana fino al Cinquecento. Recuperare questa funzione significa riportare il prodotto a un uso più antico, ma anche aprire un canale nuovo di consumo contemporaneo. Le bacche vengono essiccate entro 24 ore dalla raccolta per preservarne le qualità organolettiche e aromatiche, poi confezionate in sacchetti da cento grammi studiati per conservarne le caratteristiche. Possono essere usate come spezia da cucina oppure per realizzare in casa il liquore, grazie a una ricetta fornita dall’azienda.
Anche qui, il progetto va oltre il prodotto. L’idea, nelle parole di Murru, è che questo mirto possa diventare uno degli oggetti che i turisti riportano con sé al termine della vacanza, come frammento concreto di Sardegna. È una visione che si collega a un altro asse di sviluppo di Chervu: quello esperienziale. Da giugno partiranno visite guidate nell’azienda con degustazioni di prodotti del territorio, non soltanto quelli firmati Chervu. L’obiettivo è costruire sinergie con il sistema ricettivo della zona, ma anche con l’artigianato artistico, creando un collegamento stabile tra turismo e agroalimentare. L’idea di impresa, in altre parole, non si ferma alla produzione agricola né alla trasformazione, ma prova a inserirsi in una filiera più ampia, in cui il territorio viene valorizzato come ecosistema.
Il progetto, tuttavia, resta ancora in itinere. Parte dei finanziamenti deve ancora arrivare. E accanto alla burocrazia legata alle agenzie agricole continua a pesare quella urbanistica. Il mancato adeguamento del Puc al Piano paesaggistico regionale da parte del Comune di Castiadas impedisce persino la realizzazione di un capanno per gli attrezzi. Di conseguenza, almeno per ora, resta bloccata anche l’idea di un agri glamping, un campeggio di lusso con strutture amovibili immerse nella natura. È un limite che fotografa bene la condizione di molte imprese sarde: capaci di visione, pronte a investire, ma costrette a procedere in un quadro normativo e amministrativo spesso incoerente con la velocità richiesta dai progetti.
Eppure, nonostante tutto, Chervu è già una realtà imprenditoriale con una sua identità precisa e un mercato, seppur di nicchia. La sua storia non è soltanto quella di un prodotto o di un terreno recuperato. È la storia di un imprenditore che ha provato a spostare il mirto fuori dai confini consueti del suo mercato, trasformandolo in un laboratorio di differenziazione, sostenibilità e promozione territoriale. In una Sardegna che spesso racconta le difficoltà delle sue imprese, il caso Chervu mostra che anche dentro la fatica può nascere una traiettoria nuova. Non lineare, non semplice, ma capace di aprire un varco. E, talvolta, un mercato.
