Stefano Oppo, campione olimpico di canottaggio sardo, a Sport Management Tips: medaglie, 13 allenamenti a settimana e la lezione del quarto posto
Il primo giorno di calcio, una pallonata in pancia. Fine. Selezione naturale, la chiama lui. Stefano Oppo ha raccontato a Sport Management Tips, il podcast condotto da Alessandro Preda e Andrea Pisanu, come sia finito nel canottaggio: per caso, insieme a tre amici, remando in mare aperto con tutto quello che questo comporta in un’isola dove lo specchio d’acqua piatta non è esattamente la norma. Da quel principio improbabile è partito un percorso che ha portato il canottiere sardo a vincere medaglie olimpiche per nove anni consecutivi col doppio pesi leggeri, prima a Tokyo e poi a Parigi.
A quindici anni, Oppo lascia la Sardegna per entrare nel college della Nazionale Italiana di Canottaggio. Prima dei test di ammissione, uno psicologo gli chiede qual è il suo obiettivo. Lui risponde: fare un campionato del mondo nel quattro di coppia pesi leggeri. Lo psicologo resta un po’ stupito, racconta Oppo. La ragione è semplice: quella barca alle Olimpiadi non esiste. A quindici anni, cresciuto in Sardegna in un ambiente dove il canottaggio di alto livello era quasi assente, non aveva ancora la conoscenza per sapere che stava puntando a qualcosa che non compariva nel programma olimpico. L’obiettivo è stato rapidamente superato.
Il percorso non è stato lineare. Il primo anno da junior porta Oppo agli Europei, dove viene mandato a casa. È la sua ultima estate normale con gli amici. L’anno dopo, ai mondiali, lui e il suo equipaggio battono la Romania di un centesimo su una gara di duemila metri, sei minuti e dieci di sforzo. Un centesimo. Ha ripetuto questa cifra più volte durante il podcast, come se ancora cercasse di darle una dimensione. Da quel momento capisce che il canottaggio potrebbe davvero essere la sua strada.
Rio 2016 è la prima Olimpiade, e anche la più formativa. L’equipaggio era cambiato ogni gara nei tre anni precedenti, senza trovare una quadra. Un mese prima della partenza, trovano una combinazione che funziona. Arrivano quarti. Oppo racconta che sul momento era soddisfatto, persino felice. Poi vede il trattamento riservato a chi ha preso il bronzo rispetto a chi è arrivato quarto. La differenza è netta, quasi brutale. Quella distanza diventa il motore dei quattro anni successivi. A complicare il percorso verso Tokyo si aggiunge un cambio strutturale: il quattro di coppia pesi leggeri viene eliminato dal programma olimpico, e Oppo deve reinventarsi completamente, cambiando tecnica e modo di remare. Ci riesce. A Tokyo vince la medaglia d’argento, la prima olimpica della sua carriera. La ripete a Parigi.
Per preparare un’Olimpiade, Oppo si allena tredici volte a settimana, mattina e pomeriggio, domenica inclusa. Quando era adolescente nel college federale, faceva dieci, undici allenamenti a settimana mentre frequentava la scuola, con la sveglia alle cinque e trenta per correre un’ora prima delle lezioni. Nel periodo tra Tokyo e Parigi, i raduni lo tengono lontano da casa per settimane, spesso a Sabaudia o a Piediluco. Negli ultimi anni, ha detto al podcast, quella lontananza è diventata la parte più pesante da gestire.
Il Covid, paradossalmente, è stato un anno positivo dal punto di vista fisico. Tre mesi a casa con la famiglia, qualcosa che non gli capitava da quando aveva quattordici anni. Tornato in gruppo, gli ci sono volute settimane per rientrarsi. Non per la condizione atletica, ma per ricentrare l’obiettivo.
Sul tema della leadership e dell’esempio, Oppo è preciso: non si tratta di qualcosa che si decide di dare, ma di qualcosa che si è. Nel corso degli anni ha osservato sistematicamente i compagni di squadra, prendendo quello che funzionava e registrando quello che non funzionava. Quando è entrato in nazionale aveva diciotto o diciannove anni ed era circondato da atleti intorno ai trenta con Olimpiadi alle spalle. Ora il movimento è invertito. La responsabilità verso i più giovani non la percepisce come un peso: la vive come uno standard che alza anche il proprio livello.
La tip estratta casualmente dal libro Sport Management Tips durante il podcast ha il numero 77 e dice qualcosa che Oppo ha riconosciuto immediatamente: «Le persone non si gestiscono, si sviluppano. Gestire significa mantenere le cose come sono o peggio limitarne il potenziale. Sviluppare invece significa credere nella possibilità di crescita e investire energie per valorizzarla. Un buon leader fa sì che le persone si fidino di lui. Un grande leader fa sì che le persone imparino a fidarsi di se stesse». Oppo l’ha collegata al rapporto con i compagni di barca: in un doppio si impara che fare un passo indietro per tenere l’altro in fiducia è funzionale al risultato di entrambi.
Adesso sta provando il Beach Sprint, disciplina che sarà olimpica a Los Angeles. Lo fa senza l’obiettivo dei Giochi, almeno per ora. Lo fa perché gli piace, perché in gara ha ritrovato sensazioni che aveva dimenticato. È il primo campione olimpico a cui venga chiesto qual è il suo sogno futuro e risponde con la parola divertimento. Dopo anni di tredici allenamenti a settimana, la risposta suona già come un programma.
