Martín Vassallo Argüello, ex ATP 47 e Direttore Tecnico del Tennis Club Cagliari, a Sport Management Tips: dall’Argentina alla Sardegna, con l’umiltà come metodo

A sedici anni, Martín Vassallo Argüello ha detto a un dirigente del suo circolo in Argentina che voleva giocare la Serie A del club. Non Roland Garros, non Wimbledon. La Serie A del club, quella dove si allenavano i più grandi e i soci andavano a vedere le partite. Era lì che voleva arrivare. Il dirigente gli disse che se ci fosse riuscito, avrebbe pagato lui il biglietto per il primo torneo fuori dall’Argentina. Lo ha raccontato durante la prima puntata del podcast Sport Management Tips di Alessandro Preda e Andrea Pisanu. Ha aggiunto che quello è rimasto, ancora oggi, uno dei momenti più significativi della sua vita sportiva.

Vassallo Argüello è stato tennista professionista argentino, con un best ranking ATP al 47° posto nel mondo. Ha giocato contro Federer, Nadal e Djokovic. Ha vinto la Coppa Davis con l’Argentina. Oggi è il Direttore Tecnico del Tennis Club Cagliari, uno dei circoli più importanti d’Italia. Il passaggio da quel sogno di Serie A di circolo a questo ruolo racconta un percorso costruito per tappe, senza una visione precoce e grandiosa, ma con una capacità di apprendimento che lui stesso riconosce come la vera risorsa della propria carriera.

L’infanzia è trascorsa al Club Laus di Buenos Aires, uno di quei luoghi che in Argentina fungono da centro comunitario reale: spazio sportivo, sociale, scolastico, luogo di feste e incontri. Quella cultura del circolo come comunità è rimasta dentro di lui, e la ritrova ogni volta che parla del suo lavoro attuale. Al Laus ha giocato a calcio con gli amici, ha provato tutti gli sport disponibili, e a tredici anni ha scelto il tennis. Non per un obiettivo professionale preciso, ma perché viaggiava di più e perché gli piaceva la responsabilità della decisione individuale. «Nel tennis dipendeva più di me», ha spiegato al podcast.

La formazione vera, ha detto, è arrivata tardi. A ventuno, ventidue anni ha iniziato ad allenarsi con la qualità e la sistematicità che i migliori adottano già dai tredici. Prima imparava in modo informale, copiando i più grandi del circolo, osservando chi correva meglio, chi si allenava con più intensità. «Non era il maestro che mi insegnava a essere uno sportivo. Erano loro». Uno sguardo sbagliato durante un allenamento bastava per capire che aveva rallentato quando non doveva. È quella educazione non dichiarata, trasmessa attraverso l’esempio e la prossimità, che descrive come il fondamento di tutto ciò che è venuto dopo.

Quando parla dei campioni contro cui ha giocato, Vassallo Argüello non cerca la formula del talento naturale. La risposta che ha dato a Sport Management Tips è più specifica: molto lavoro, molta precisione fin dall’adolescenza, molta consapevolezza. «Quando vai a sommare tutte le ore di qualità che hanno fatto in più rispetto a noi da quando avevano tredici anni, capisci perché hanno costruito una base per far emergere il genio. Il genio senza lavoro non esiste». Djokovic che a quarant’anni ancora studia ogni grammo di quello che mangia prima di una finale, o che va in spiaggia con la famiglia quando sente che quel momento gli farà bene: è la stessa cosa, declinata in modo opposto. Consapevolezza di sé come strumento di prestazione.

Il ritiro a trentuno anni non è stato un salto nel buio. Era già dentro un altro progetto. Con ex giocatori argentini e la Federazione Argentina di Tennis, ha costruito un programma itinerante che girava l’Argentina cercando talenti nei circoli periferici, collegandoli con il Ministero per trovare i fondi necessari a portarli a Buenos Aires. «Ogni volta che finivo un’esibizione, ero contento per quello che generava lì, ma sentivo che una volta andato via non rimaneva niente». Da quella sensazione è nata l’idea di costruire qualcosa di strutturato invece di limitarsi a passare.

La Sardegna era già nel suo orizzonte. A ventidue anni si era trasferito a Olbia per due stagioni, allenandosi con Guillermo Pérez Roldán al Geovillage. È quel periodo che descrive come il punto di svolta della carriera sportiva: la prima volta che si è allenato davvero come i migliori. L’isola era rimasta dentro di lui. Quando Michelangelo Degrada, Direttore dell’Istituto di Formazione della Federazione Italiana Tennis, gli ha proposto il progetto del Tennis Club Cagliari, ha trovato la combinazione giusta tra un lavoro che lo entusiasmava e un territorio che conosceva. «Non conoscevo Cagliari, ma conoscevo l’isola».

La filosofia che porta nel lavoro con i giovani è costruita sull’ascolto come pratica, non come principio dichiarato. Con le nuove generazioni, ha detto a Sport Management Tips, l’approccio direttivo non funziona. Bisogna chiedersi come stanno, spiegare perché si fa un esercizio, interrompere un allenamento se non ha senso continuarlo, allungarlo se il ragazzo ha energia. «Non è una sessione di terapia ogni volta. Ma senza ascolto, impossibile parlare di diritto e rovescio».

Sul tema dell’errore e della sconfitta, la sua posizione è tecnica e pratica. Nel tennis si perde statisticamente più di quanto si vinca, anche ai livelli più alti. La domanda giusta da fare a un ragazzo che torna da una partita non è se ha vinto, ma come è andata la partita rispetto alle cose su cui stavano lavorando. Quando il ragazzo inizia a rispondere descrivendo la qualità della sua prestazione invece del punteggio, il percorso sta funzionando. «Quella partita è vinta, indipendentemente dal risultato».

Ai primi cinque anni al Tennis Club Cagliari, i risultati hanno già superato gli obiettivi iniziali. I prossimi cinque, ha detto, devono portare il circolo a essere un riferimento in Italia per chi vuole allenarsi ad alto livello. L’obiettivo che ha dichiarato al podcast è semplice: che un giorno un ragazzo da qualsiasi parte d’Italia possa pensare al Tennis Club Cagliari come destinazione scelta, non per caso.