Simone Aresti a Sport Management Tips: dai momenti duri della carriera all’Academy per portieri in Sardegna, passando per Ranieri e il playoff di Bari

C’è un momento preciso in cui Simone Aresti ha deciso di diventare un altro tipo di giocatore. Non una scelta tattica, non un cambio di ruolo. Un reset completo. Era il 2012, si trovava a Savona dopo essere stato scaricato dal Cagliari per un infortunio preso giocando a calcetto con gli amici il giorno prima del ritiro. Cellino, allora presidente rossoblu, gli aveva detto che non voleva più vederlo. Lui aveva smesso, aveva tolto le scarpe, aveva provato a non pensarci. Poi lo aveva richiamato Ninni Corda, uno dei suoi allenatori del settore giovanile, e gli aveva detto di venire a Savona e rimettere i guanti. Lo ha raccontato durante la sua ospitata al podcast Sport Management Tips di Alessandro Preda e Andrea Pisanu.

Aresti ha fatto diciassette anni da calciatore professionista, tra Serie A, B e C. È cresciuto in un paese di 3.500 abitanti nel Sulcis, dove da bambino si giocava a calcio in strada con le pietre come pali. Si convinceva di essere un attaccante, si ispirava a Del Piero che si annodava i lacci in un certo modo, a Muzzi che girava i pantaloncini con l’etichetta fuori. Quando toccava andare in porta con gli amici, però, non prendeva gol. A volte prendeva gol apposta per uscire. A tredici anni fece un provino al Cagliari sia da attaccante sia da portiere: lo presero come portiere per la sua capacità di calciare con entrambi i piedi, una qualità che un allenatore visionario di nome Mondo Mameli aveva identificato come fondamentale prima ancora che esistesse la regola sul retropassaggio.

La carriera aveva proceduto con alternanza di opportunità e momenti difficili, fino a quella mattina del 2012. L’infortunio era stato la goccia. La delusione era stata troppo grande, guardare una partita di calcio faceva male. Aresti ha descritto quel periodo al podcast con una parola precisa: terrorizzato. Terrorizzato all’idea di tornare in campo, di riprovarci, di esporsi di nuovo. Furono la famiglia, gli amici e Corda a spingere. Quando rimise i guanti e sentì le prime buone sensazioni, scattò qualcosa. Da quel momento smise di trattare il calcio come una cosa che gli capitava addosso e iniziò a costruirlo sistematicamente: nutrizionista, palestra mattutina, eliminazione degli zuccheri, cura del corpo in un periodo in cui i calciatori di Serie C non lo facevano quasi per nulla.

Quella stagione al Savona segnò anche un dettaglio sportivo difficile da replicare: due gol da portiere nello stesso campionato, uno su rinvio con il vento che fece il novanta percento del lavoro, l’altro su zampata in area avversaria all’ultimo minuto su punizione battuta da un compagno. Un pareggio decisivo in uno scontro salvezza. L’attaccante della squadra, che aveva segnato meno del portiere, fu preso in giro nello spogliatoio per il resto della stagione.

Da lì, tappa dopo tappa, Aresti tornò al Cagliari. Il percorso lo portò a lavorare sotto Allegri e Ranieri, due allenatori che ha descritto con una caratteristica comune: dicevano sempre la verità in faccia, gestivano i rapporti umani con una cura rara. Allegri, giovane, se l’era conquistata sul campo davanti a un gruppo di personalità forti. Ranieri riusciva a togliere la pressione alle squadre mantenendo viva la convinzione che l’obiettivo fosse raggiungibile. La finale playoff di Bari nel 2023, con il Cagliari che tornò in Serie A, è rimasta nella sua memoria come una di quelle partite in cui lo spogliatoio era convinto prima ancora di scendere in campo. Vittoria su vittoria, pubblico che si accendeva, pianeti che si allineavano: la convinzione era viscerale, non costruita razionalmente.

Gli ultimi anni in rossoblù li ha vissuti come terzo portiere, ruolo che ha richiesto una trasformazione nel modo di intendere il contributo. Tifare per Cragno, Olsen, Rafael, Vicario. Vivere le loro parate come proprie, tornare a casa triste dopo una sconfitta anche senza aver giocato un minuto. Diventare un punto di riferimento nello spogliatoio, mediare, smussare le tensioni, togliere pressione ai giovani. Era il lavoro sporco, lo ha chiamato lui stesso. Era anche quello che ha permesso alle squadre di reggere quando le gambe non bastano più.

Oggi Aresti allena quaranta ragazzi nella sua Academy per portieri in Sardegna. Ha passato un anno all’interno del Cagliari, ha capito che la dimensione imprenditoriale era quella giusta, e ha avviato il progetto. Cinque, sei ore al giorno in campo, guanti in mano ancora. La ragione che lo ha spinto sta in una mancanza che lui stesso aveva vissuto da ragazzo: non c’era nessuno con cui parlare quando prendevi un gol e i compagni ti dicevano che avevi sbagliato, quando i genitori non sapevano cosa risponderti perché il ruolo del portiere è un mondo a parte. Quella linea sottile tra continuare e smettere, lui la conosce bene. È lì che vuole stare, a dare ai giovani gli strumenti che non ha avuto.