iClean, dalla Sardegna una startup che punta a eliminare i detergenti chimici con l’acqua ozonizzata

Tonino Bernardini ha trentasette anni, viene da Porto Torres e ha una formazione in pianificazione ambientale. Quando ha deciso di fondare iClean, la sua startup, non stava cercando di inventare qualcosa di radicalmente nuovo. Stava cercando di risolvere un problema concreto: il settore della pulizia professionale e domestica dipende ancora in modo massiccio dai detergenti chimici, con tutto ciò che questo comporta in termini di imballaggi, logistica, costi operativi e impatto sulle persone che quei prodotti li usano ogni giorno.

La soluzione che iClean propone si basa sull’acqua ozonizzata. Il dispositivo sviluppato dalla startup si installa in qualsiasi locale e trasforma l’acqua corrente in una soluzione con proprietà sgrassanti e igienizzanti, senza ricorrere a prodotti chimici confezionati. Il principio fisico alla base è quello delle proprietà ossidanti dell’ozono: l’apparecchio preleva ossigeno dall’aria, rompe la molecola e genera ozono, che viene iniettato direttamente nell’acqua. Il risultato è una soluzione pronta all’uso, generata in loco, che può essere utilizzata per le operazioni di pulizia e sanificazione in ambito professionale e domestico.

«Il principio è semplice solo in apparenza», spiega Bernardini. «Si sfruttano le proprietà ossidanti dell’ozono per ottenere una soluzione capace di pulire e ridurre la carica microbica, senza ricorrere ai tradizionali prodotti chimici. In questo modo si riduce l’impatto ambientale e si contengono i costi operativi, con una maggiore tutela della salute di chi opera in ristoranti, Rsa, supermercati o semplicemente in casa».

L’efficacia del sistema è stata verificata attraverso test di laboratorio condotti secondo standard europei. Il meccanismo agisce ossidando le membrane cellulari dei microrganismi, inattivandoli. Vale la pena precisare un aspetto tecnico rilevante: il dispositivo non è classificato come presidio medico-chirurgico, poiché l’ozono viene generato al momento e non commercializzato come prodotto già confezionato. È una distinzione che ha implicazioni pratiche sulla modalità d’uso e sul posizionamento regolatorio del prodotto.

Sul fronte ambientale, i vantaggi del modello proposto da iClean si articolano su più livelli. La riduzione o l’eliminazione dei detergenti chimici comporta una diminuzione significativa degli imballaggi in plastica. Cala anche l’impatto legato alla logistica di distribuzione di quei prodotti. Le acque reflue, prive di residui chimici, hanno un impatto ridotto sui sistemi di depurazione. Per le strutture che operano in ambienti sensibili — come le residenze sanitarie assistenziali o le cucine professionali — si aggiunge il vantaggio di ridurre l’esposizione dei lavoratori a sostanze potenzialmente irritanti o nocive.

Bernardini è chiaro sul punto di origine del progetto. «Il punto di partenza è stato individuare un cambiamento nel mercato», spiega. Il modello basato sui detergenti chimici ha iniziato a mostrare i propri limiti, sia sul piano ambientale che su quello operativo. Da questa osservazione è partito un lavoro di selezione e ricerca che ha portato alla configurazione attuale del dispositivo. La scelta di una produzione europea è stata deliberata: garantisce la possibilità di intervenire sullo sviluppo e sull’aggiornamento del prodotto nel tempo, mantenendo il controllo sulla catena del valore.

Va detto che iClean non opera in un vuoto tecnologico. Sul mercato esistono altri meccanismi basati su principi simili. Il lavoro della startup non è stato quello di brevettare un’invenzione inedita, ma di semplificare l’operatività del sistema e renderlo accessibile a una platea più ampia di utenti, dal privato alla piccola impresa fino alla grande struttura ricettiva o sanitaria. È una distinzione importante: l’innovazione, in questo caso, non riguarda tanto la scoperta quanto l’applicazione e la diffusione.

Il profilo di Bernardini è quello di un imprenditore che ha costruito il proprio progetto partendo da una competenza settoriale specifica, maturata nel campo della pianificazione ambientale, e l’ha tradotta in una proposta di mercato concreta. La Sardegna, in questo caso, è il territorio da cui parte il progetto, ma non ne definisce i confini applicativi. I settori di riferimento — ristorazione, strutture sanitarie, grande distribuzione, uso domestico — sono mercati nazionali e potenzialmente internazionali.

Il contesto in cui si muove iClean è quello di una sensibilità crescente, tanto normativa quanto di mercato, verso la riduzione dell’impatto ambientale dei processi produttivi e delle attività quotidiane. Le direttive europee sulla plastica e sui prodotti chimici stanno spingendo in questa direzione con forza crescente. Imprese e consumatori cercano alternative credibili, verificate e praticabili. Su questo terreno, una startup che propone un sistema basato su tecnologia consolidata, test di laboratorio certificati e una filiera produttiva europea parte con basi più solide di quanto potrebbe sembrare a prima vista.

Ciò che distingue iClean nel panorama delle startup ambientali italiane è la sobrietà della proposta. Nessuna promessa di rivoluzione immediata, nessuna semplificazione eccessiva di problemi complessi. Un dispositivo, un principio fisico verificato, un modello operativo che riduce i costi e l’impatto ambientale. È un approccio pragmatico, coerente con la formazione di chi l’ha concepito e con la natura del problema che intende affrontare. In un settore che stenta ancora a trovare alternative credibili ai detergenti chimici di massa, quella sobrietà è già di per sé una forma di credibilità.