Pane carasau e pistoccu, la sfida dell’IGP: un passaggio decisivo per filiera, mercato e identità

Ci sono prodotti che non hanno bisogno di presentazioni, ma che proprio per questo richiedono una tutela più forte. Il pane carasau e il pane pistoccu appartengono a questa categoria: simboli riconoscibili della Sardegna, parte integrante della sua cultura alimentare e, allo stesso tempo, beni economici che oggi si misurano con mercati più ampi, con la distribuzione organizzata e con il rischio crescente di imitazioni. L’incontro ospitato nei giorni scorsi nella Sala Conferenze della Camera di commercio di Nuoro ha avuto questo significato preciso: fare il punto sull’iter per il riconoscimento dell’IGP e, soprattutto, ragionare su ciò che questa certificazione può rappresentare per il territorio, per le imprese e per la tenuta futura della filiera.

Il titolo dell’appuntamento — dedicato al percorso di riconoscimento del Pane Carasau di Sardegna IGP e del Pane Pistoccu d’Ogliastra IGP — ha restituito con chiarezza la doppia dimensione della questione. Da un lato c’è l’aspetto tecnico e normativo, con disciplinari già chiusi e presentati alla Regione e al Ministero, oggi in attesa del primo riscontro del Masaf. Dall’altro c’è una domanda più ampia, che riguarda le ricadute attese: in che modo una Indicazione Geografica Protetta può contribuire a rafforzare il posizionamento di due prodotti storici, generare valore economico e sostenere un sistema produttivo legato a un sapere antico ma pienamente contemporaneo.

A richiamare fin dall’inizio questo nodo è stato anche il sindaco di Nuoro, Emiliano Fenu, che ha collocato il tema dentro uno scenario di crescente competizione e globalizzazione. È un contesto in cui le produzioni identitarie rischiano di essere riconosciute dal pubblico ma non sufficientemente protette dal mercato. Ed è proprio qui che l’IGP cambia natura: da semplice prospettiva di marchio a strumento di politica economica territoriale.

Il presidente della Camera di commercio di Nuoro, Agostino Cicalò, ha ricordato il lavoro svolto per mettere in moto il percorso già anni fa, rivendicando una scelta che non nasce da un’esigenza amministrativa ma da una visione precisa. Il pane carasau, ha osservato, è un prodotto simbolo, noto quanto il mirto o il pecorino, e una parte rilevante della sua produzione viene già venduta fuori dalla Sardegna. È un passaggio importante, perché sposta la discussione dal piano simbolico a quello economico. Se un prodotto regionale è già capace di stare sui mercati esterni, il tema non è solo conservarne il prestigio culturale, ma proteggerne il valore e renderlo più riconoscibile in filiere che si stanno facendo via via più complesse.

Il quadro tecnico illustrato da Gianfranco Cubadda, di Bioeco Srl, ha offerto una definizione molto netta del significato dell’IGP: non un semplice bollino, ma uno strumento giuridico europeo che lega il prodotto al territorio e lo tutela per legge. È una distinzione sostanziale. In un tempo in cui la reputazione di molti prodotti tradizionali viene spesso assorbita da dinamiche commerciali poco controllabili, il riconoscimento europeo segna un salto di livello: trasforma una notorietà diffusa in una protezione formalizzata, capace di incidere sui mercati e sui rapporti di filiera.

Su questo terreno si collocano anche gli interventi dei consulenti Maria Antonietta Dessì e Piergiorgio Chelucci, che hanno ricostruito lo stato dell’iter. I disciplinari sono stati completati e presentati; il procedimento è ora in attesa del primo riscontro ministeriale. Dessì ha insistito sul valore della certificazione come garanzia per il consumatore e sull’apertura dei Comitati ai produttori che possiedono i requisiti. Chelucci ha invece sottolineato un punto decisivo: pane carasau e pistoccu non sono soltanto prodotti da tutelare, ma leve di crescita per il territorio, in grado di generare sviluppo e di sostenere la trasmissione del sapere produttivo.

È qui che la questione entra nel vivo. Perché il riconoscimento dell’IGP non riguarda solo il prodotto finito, ma la capacità del territorio di fare sistema. Dalle voci dei produttori è emerso con forza proprio questo tema: la necessità di costruire massa critica e di rafforzare la partecipazione. Fabrizio Di Napoli, presidente del Comitato Promotore IGP Pane Carasau di Sardegna, ha rilanciato l’invito ad ampliare l’adesione, puntando su innovazione, differenziazione del prodotto e valorizzazione del ruolo dei giovani nelle aziende. In filigrana si legge una consapevolezza chiara: il riconoscimento può produrre effetti duraturi solo se la filiera riesce a organizzarsi collettivamente e a leggere l’IGP non come un punto di arrivo, ma come uno strumento di competitività.

Un ragionamento analogo è arrivato dal versante del pistoccu. Alessia Demurtas, vicepresidente del Comitato Promotore IGP Pane Pistoccu d’Ogliastra, ha ribadito la volontà di portare a compimento un percorso avviato da molti anni, richiamando la necessità di tutelare la tipicità del prodotto anche attraverso processi coerenti e una maggiore attenzione alle materie prime sarde. In collegamento, Davide Ferreli, presidente dello stesso Comitato, ha posto l’accento sul potenziale del pistoccu e sull’importanza di rendere la qualità riconoscibile dai mercati, anche grazie a competenze nuove. È un aspetto non marginale: oggi la tutela dell’origine non basta se non si accompagna a una capacità di lettura del mercato e di costruzione del valore lungo tutta la catena.

In questo quadro, il tema della distribuzione assume un ruolo centrale. L’intervento di Michele Orlandi, Direttore Rete CONAD Sardegna, insieme al rappresentante del Gruppo IBBA – CRAI Sardegna, ha spostato il focus sulla grande distribuzione organizzata e sul posizionamento delle filiere DOP e IGP nel rapporto con il consumatore. È un terreno su cui si misura la reale efficacia della certificazione. Perché il valore di un marchio di tutela non si esaurisce nella sua formalizzazione giuridica: deve tradursi in riconoscibilità sugli scaffali, in capacità di orientare la scelta, in possibilità di differenziazione all’interno di un’offerta sempre più affollata.

A dare profondità a questo passaggio sono stati anche i contributi legati alla governance e ai controlli. Enrico De Micheli, direttore di RINA Agrifood, ha richiamato il ruolo degli organismi di controllo come garanzia di trasparenza e qualità nel sistema delle Indicazioni Geografiche. Giorgio Fontana, del Consorzio per la Tutela del Grana Padano, ha portato invece l’esperienza di una filiera già consolidata, mostrando come la gestione collettiva di un marchio di qualità possa produrre benefici strutturali quando è sostenuta da una governance forte. Cesare Mazzetti, presidente della Fondazione Qualivita, ha poi inserito carasau e pistoccu nel quadro più ampio della DOP Economy, indicando in queste certificazioni una leva per una crescita sostenibile e territoriale.

Le conclusioni affidate all’assessore regionale all’Agricoltura Francesco Agus hanno riportato il confronto a un punto essenziale. Pane carasau e pistoccu sono già presenti nella ristorazione e nella distribuzione nazionale. Hanno quindi già conquistato una loro visibilità commerciale. Ma proprio questa presenza, in assenza di un marchio di tutela, espone il prodotto al rischio di imitazioni e di perdita di valore per il territorio. Da qui la necessità, richiamata da Agus, di ricostruire la catena del valore partendo dalle materie prime, oggi sempre più difficili da reperire e spesso poco remunerate per chi le produce. La DOP e l’IGP, in questa lettura, non sono semplicemente dispositivi di protezione del prodotto trasformato: diventano strumenti per rafforzare intere filiere, aumentare il valore aggiunto e sostenere sviluppo e occupazione nel comparto agroalimentare regionale.

Il senso complessivo dell’incontro di Nuoro sta proprio in questo passaggio. Carasau e pistoccu non chiedono solo di essere riconosciuti per quello che rappresentano nella memoria collettiva sarda. Chiedono di essere messi nelle condizioni di stare sui mercati con una protezione adeguata al loro valore. In un’economia che premia identità forti ma organizzazioni deboli, la vera sfida non è soltanto ottenere l’IGP. È costruire attorno a quel riconoscimento una filiera consapevole, capace di tenere insieme tutela, mercato e visione. Se il percorso avviato riuscirà ad arrivare fino in fondo, il risultato non riguarderà soltanto due pani simbolo. Riguarderà il modo in cui la Sardegna sceglie di proteggere e far crescere le sue produzioni più rappresentative.