Bi-Emerald, il carburante a impatto zero per gli yacht nasce in Sardegna dai rifiuti organici: il primo progetto al mondo prende forma a Olbia

Porto Rotondo, 9 maggio. Gli yacht ancorati oltre la marina disegnano la solita cartolina della Gallura. Dentro la Fiera Nautica di Sardegna, però, sta succedendo qualcosa di diverso. Tecnici del Politecnico di Milano, funzionari del Ministero dell’Ambiente, rappresentanti dell’autorità portuale e imprenditori del settore nautico sono seduti allo stesso tavolo. Stanno costruendo la base operativa di quello che sarà il primo carburante marino a impatto zero prodotto al mondo: biometanolo ricavato dai rifiuti organici urbani, destinato agli yacht e ai superyacht del Mediterraneo. Il nome, ancora in studio, sarà molto probabilmente Bi-Emerald.

Come spesso accade con le idee migliori, la storia del progetto comincia da un incontro imprevisto. Simone Morelli, patron della Marina Cala dei Sardi – visibile all’orizzonte oltre i moli di Porto Rotondo – torna indietro di circa due anni. È allora che il gruppo Sanlorenzo Yacht, tra i più importanti costruttori di imbarcazioni di lusso al mondo, gli chiede disponibilità in uno dei suoi moli per installare un distributore di biometanolo. L’idea c’era, la direzione anche, ma il punto di partenza ancora no. Morelli ricorda di aver letto su un quotidiano locale un articolo sul progetto del biodigestore del Cipnes, il consorzio industriale di Olbia. Due mondi distanti trovano in quel momento il loro punto di contatto.

Il cuore del progetto è il biodigestore in costruzione a Spiritu Santu, alle porte sud di Olbia. L’impianto sarà operativo tra circa un anno. Trasformerà la forsu – la frazione organica dei rifiuti solidi urbani, quella che finisce nel bidone dell’umido – in biometano. Da lì, con un processo aggiuntivo, si arriverà al biometanolo per uso nautico, attraverso una catena che nel lungo termine azzera le emissioni di CO2. La piccola quota di gas prodotto andrà nella rete degli usi domestici. La parte principale servirà i motori degli yacht. «In Italia abbiamo una produzione di 30 milioni di tonnellate di rifiuti, di cui il 40 per cento di frazione organica derivante dalla raccolta differenziata», ha detto Laura D’Aprile, Capo del Dipartimento per lo Sviluppo Sostenibile del Ministero dell’Ambiente. Una materia prima abbondante, già disponibile, che attende di essere reindirizzata.

Quello che distingue questo progetto da molti annunci nel campo delle energie rinnovabili è la densità istituzionale che lo sostiene. Al tavolo della Fiera Nautica siedono insieme il Politecnico di Milano, il Ministero dell’Ambiente, l’Autorità di Sistema Portuale del Mare di Sardegna, il Comune di Olbia e l’industria nautica privata. Domenico Bagalà, presidente dell’Autorità portuale, ha portato alla presentazione una mappa dell’isola con già segnati nove porti – da Santa Teresa Gallura a Portovesme, da Cagliari ad Arbatax – dove realizzare la rete di stoccaggio e distribuzione del biometanolo. È un disegno infrastrutturale che trasforma un progetto pilota in una filiera.

Flavio Manenti, professore ordinario di Impianti Chimici al Politecnico di Milano – la cattedra porta il nome di Giulio Natta, premio Nobel per la chimica – coordina la fase di ingegneria avanzata. «Stiamo arrivando alla produzione di questo biometanolo con uno sforzo di autorità, industria, politica, accademia e centri di ricerca», ha dichiarato alla Fiera. Tra venti mesi si uscirà dalla fase di laboratorio e si avvierà la produzione. È la prima volta, ricorda Manenti, che vede «una rete così forte tra istituzioni, università e imprese». La rapidità con cui lascia Porto Rotondo in direzione dell’aeroporto Costa Smeralda dice qualcosa della velocità a cui si muove il progetto.

Giovanni Perrella, presidente del Comitato Tecnico Consultivo sui Biocarburanti del Ministero dell’Ambiente, ha indicato i tre pilastri su cui dovrà reggersi la filiera per essere competitiva nel tempo. Prima di tutto, l’impatto ambientale: il progetto punta a zero emissioni, traguardo ben oltre la sola riduzione. Sul piano economico, i produttori avranno bisogno di incentivi capaci di rendere conveniente la trasformazione dell’organico in carburante. Dal lato della domanda, anche chi acquista Bi-Emerald dovrà trovare una convenienza concreta. Tutte e tre le condizioni devono reggere simultaneamente per portare la filiera dalla fase sperimentale al mercato. Con questo allineamento, il biometanolo sardo ha le premesse per ridisegnare i punti di distribuzione del carburante nel Mediterraneo.

Il biodigestore di Olbia è il punto di partenza, ma il modello è già pensato per essere esportato. La scelta della Sardegna come teatro di questo esperimento porta con sé una logica geografica precisa: l’isola si trova al centro del Mediterraneo, ospita alcune tra le marine più frequentate dall’industria nautica di lusso a livello mondiale e ha già sviluppato le competenze industriali del Cipnes. L’autorità portuale sta lavorando alla costruzione di un progetto europeo capace di attrarre finanziamenti comunitari. La transizione energetica del 2030 include di sicuro il biometanolo tra le soluzioni percorribili. Arrivare alla produzione con un vantaggio di anni rispetto al resto del mondo è un posizionamento che poche industrie possono permettersi.

«Siamo primi al mondo», ha ripetuto Manenti più di una volta nel corso della mattinata a Porto Rotondo. È una frase che merita di essere pesata per quello che vale. Significa che la catena completa – rifiuto organico, biodigestione, biometanolo, distribuzione nautica – non esiste ancora da nessun’altra parte. Vuol dire che il progetto che prende forma tra Olbia e le marine della Gallura ha la possibilità di diventare il riferimento mondiale di un segmento cruciale della transizione energetica. Concretamente, tra qualche anno uno yacht potrà fare rifornimento in Sardegna con un carburante prodotto dagli scarti organici della cucina di casa. È il tipo di circolarità che, raccontata dieci anni fa, sembrava fantascienza. Oggi ha quasi certamente un nome, Bi-Emerald, ha un impianto in costruzione, ha una mappa con nove porti e ha un professore del Politecnico di Milano che corre verso l’aeroporto.