Absentia, il progetto che prova a restituire tempo e vita a Stintino
A Stintino il tempo non scorre in modo uniforme. Si concentra, si gonfia, si svuota. Per alcuni mesi il paese viene attraversato da una pressione turistica altissima, attratta soprattutto da La Pelosa, una delle spiagge più celebri al mondo. Poi, finita l’estate, resta un’altra immagine: case chiuse, spazi inutilizzati, ritmi che rallentano fino quasi a fermarsi. Il dato che più di altri fotografa questa condizione è semplice e severo: l’82,5% delle abitazioni rimane vuoto per gran parte dell’anno. È dentro questa frattura tra eccesso stagionale e assenza prolungata che nasce Absentia, il progetto ideato da Fabrizio Contini per provare a ripensare il futuro del borgo oltre la sua dimensione turistica.
La sua intuizione parte da un’esperienza vissuta, non da un’analisi teorica. Contini conosce Stintino e conosce soprattutto quella scelta implicita che molti giovani dei centri costieri e delle aree periferiche si trovano a fare: restare, spesso adattandosi a un’economia stagionale, oppure partire per cercare altrove possibilità diverse, lavori diversi, aspirazioni più coerenti con la propria formazione o con i propri desideri. Lui stesso è tornato dopo un periodo all’estero, condividendo una traiettoria sempre più riconoscibile in tanti territori italiani: l’uscita come necessità, il rientro come scelta consapevole, il tentativo di trasformare l’esperienza accumulata fuori in un progetto capace di incidere localmente.
Nel 2022 prende forma Absentia. All’inizio, racconta Contini, è uno “sfogo creativo”. Ma in poco tempo si evolve in qualcosa di più strutturato: un’esperienza collettiva che lavora a cavallo tra sviluppo locale, cultura e progettazione sociale. Il punto di partenza è netto. Stintino soffre una sorta di bipolarismo: il troppo durante l’estate, il quasi nulla durante l’inverno. La questione, quindi, non è soltanto economica. È sociale, relazionale, culturale. Riguarda la continuità della vita quotidiana, la possibilità di tenere vivi gli spazi, i rapporti, il senso stesso di una comunità che non può esistere soltanto nei mesi di alta stagione.
Absentia prova a intervenire proprio lì, nei vuoti. Il suo obiettivo dichiarato è arginare fenomeni come lo spopolamento e la mancanza di prospettive, aprendo spazi di opportunità per chi il territorio lo abita tutto l’anno. La parola chiave è ripopolare, ma non nel senso meccanico del termine. Non si tratta di portare presenze qualsiasi. Si tratta di rimettere in circolo energie nuove, innescare processi, riaprire luoghi chiusi, costruire occasioni di incontro nei mesi in cui il paese si svuota e sembra vivere ai margini di sé stesso.
Uno degli strumenti centrali di questa strategia è Pescatori digitali, un programma di coliving diffuso che usa case vuote e spazi pubblici inutilizzati per ospitare, fuori stagione, lavoratori da remoto, creativi, artisti e professionisti. L’idea, in apparenza semplice, ha in realtà un’ambizione più profonda. Non basta portare persone. Occorre fare in modo che la loro presenza produca una relazione con il territorio, che lasci un segno, che non si riduca a una permanenza temporanea senza effetti sul contesto.
Per questo chi partecipa al programma vive a Stintino per un mese o più e viene chiamato a restituire qualcosa alla comunità dopo essersi immerso nella vita quotidiana del paese. Un laboratorio, un workshop, un’opera d’arte: forme diverse, stesso principio. La permanenza non è pensata come consumo di luogo, ma come scambio. È qui che il progetto rivela la sua natura più interessante. Non si limita a inseguire il fenomeno del lavoro da remoto come leva economica, ma cerca di costruire una forma di presenza capace di attivare relazioni, conoscenze e momenti di partecipazione.
La differenza è sostanziale, soprattutto in un tempo in cui molte località cercano nel nomadismo digitale una scorciatoia per compensare la fragilità dei propri modelli economici. Contini, al contrario, mostra una consapevolezza molto netta dei rischi che accompagnano queste strategie quando vengono affrontate senza mediazione culturale. Il suo riferimento a Madeira è significativo: lì, osserva, gli investimenti pubblici hanno rafforzato il brand della “capitale del nomadismo digitale”, attirando flussi consistenti di americani, canadesi e nord europei e trasformando piccoli villaggi costieri per adattarli a questa domanda. Nel breve periodo l’impatto economico può apparire favorevole. Nel medio e lungo termine, però, i costi della vita crescono, i luoghi si gentrificano e la cultura locale rischia di essere piegata alle aspettative di chi arriva.
È una riflessione che dà al progetto di Stintino un profilo più maturo. Absentia non rifiuta la possibilità di attrarre persone da fuori, ma rifiuta l’idea che questo basti di per sé a produrre sviluppo. Se il rapporto con il territorio non viene costruito, il rischio è quello di creare una bolla, una comunità parallela che si muove senza integrarsi, riproponendo in forma diversa la stessa logica estrattiva che caratterizza molto turismo contemporaneo. Da qui l’insistenza sul coinvolgimento reciproco tra comunità internazionale e comunità locale. Non come elemento accessorio, ma come condizione necessaria perché il progetto non produca una nuova separazione.
In questa impostazione c’è un’idea precisa di economia territoriale. La cultura non viene trattata come un ornamento, ma come infrastruttura leggera capace di rimettere in moto un paese. Investire in cultura, per Contini, significa provare a mettere Stintino sulle mappe internazionali non soltanto come destinazione balneare, ma come hub creativo. L’espressione, in questo caso, non va letta come slogan. Indica piuttosto un tentativo di diversificazione del posizionamento del luogo: spostare almeno in parte l’immaginario collettivo da una dimensione esclusivamente turistica a una più articolata, legata alla produzione culturale, alle relazioni tra professioni, alla possibilità di abitare il territorio in modi diversi.
Questa visione appare particolarmente rilevante in un borgo che vive una stagionalità così estrema. Dove l’estate concentra persone, denaro, pressione e visibilità, mentre il resto dell’anno restituisce il conto di una struttura troppo fragile per reggere continuità. In questo senso Absentia non prova soltanto a riempire un vuoto. Prova a rinegoziare il rapporto tra presenza e assenza, tra ciò che il paese è nei mesi di punta e ciò che potrebbe diventare nel tempo ordinario. È un approccio che non promette soluzioni rapide, ma apre una domanda importante: come si restituisce densità sociale ed economica a un luogo che per molti mesi vive in sottrazione?
La risposta di Contini non è nella grande opera o nell’investimento calato dall’alto. Sta piuttosto nella capacità di lavorare sui margini del sistema esistente, riattivando case vuote, spazi inutilizzati, relazioni interrotte, possibilità non ancora riconosciute. È una logica di rigenerazione che non parte dal nuovo, ma dal già presente. E proprio per questo ha una sua forza. Perché assume il territorio non come scenografia da riempire, ma come materia viva da ascoltare e rimettere in relazione.
Absentia, in fondo, racconta una forma di imprenditorialità culturale che si misura con il tempo lungo dei luoghi. Non cerca di eliminare la vocazione turistica di Stintino, né nega il peso economico di ciò che accade attorno a La Pelosa. Prova però a dire che un paese non può esistere solo nel picco della sua domanda estiva. Ha bisogno di vita anche quando si svuota, di occasioni anche quando i riflettori si spengono, di ragioni per restare oltre quelle che il mercato offre per pochi mesi all’anno.
In un’Italia che continua a interrogarsi sul destino dei piccoli centri e delle economie locali, Stintino offre così un caso che merita attenzione. Non come modello già compiuto, ma come esperimento consapevole. E forse è proprio qui il suo valore più concreto: mostrare che tra l’abbandono e l’eccesso esiste ancora uno spazio di progettazione possibile, a patto che qualcuno decida di abitarlo davvero.
