Data center nel Sulcis: 1,5 miliardi e un’ex miniera dentro il piano strategico nazionale
Il Consiglio dei ministri del 4 agosto ha deliberato il riconoscimento di interesse strategico nazionale per due nuovi data center, uno nell’area milanese e uno in Sardegna, per un investimento complessivo di circa 6,8 miliardi di euro. Per la Sardegna si tratta del progetto Digital Vault Sulcis di Energy Vault Sulcis, controllata di Energy Vault Holdings: un data center Edge AI fino a 30 megawatt da realizzare nell’ex miniera di carbone di Monte Sinni, a Nuraxi Figus, integrato con produzione e accumulo di energia rinnovabile attraverso un hub di accumulo ibrido. Valore stimato: circa 1,5 miliardi. A regime, il Mimit stima circa 400 posti di lavoro tra occupazione diretta e indotto.
Il secondo progetto è il campus di K2 Strategic, da 5,3 miliardi, che sorgerà a Zibido San Giacomo e Lacchiarella, in provincia di Milano, con una capacità fino a circa 400 megawatt. Durante i quattro anni di costruzione sono previsti mediamente circa 2.000 lavoratori l’anno; nella fase operativa si stima che gli addetti diretti siano circa 200, con circa 1.300 unità nell’indotto permanente. Con questa delibera, i programmi strategici per data center in Italia salgono a sette, per un totale che supera i 25 miliardi: ai due nuovi si affiancano quelli già deliberati di Amazon, Vantage, Edgeconnex, Equinix e Techbau, quest’ultimo in Piemonte.
Il riconoscimento di interesse strategico nazionale ha un effetto procedurale diretto: velocizza il percorso autorizzativo. Per ciascun programma sarà nominato un commissario di governo, con il compito di coordinare le attività amministrative e accelerare il rilascio dell’autorizzazione unica. I cantieri, nel caso del campus K2, non sono ancora partiti.
Il Sulcis e la questione del contesto
Scegliere un’ex miniera come sede del progetto sardo non è un dettaglio secondario. L’area mineraria di Monte Sinni è territorio dismesso, il tipo di sito su cui la logica del riuso industriale dovrebbe prevalere rispetto all’occupazione di suolo libero. In questo caso, la coincidenza tra la disponibilità di un’infrastruttura dismessa e le esigenze di localizzazione del data center ha funzionato. Non è sempre così: nell’industria dei data center l’uso di aree grigie è spesso dichiarato come priorità, ma occupare terreno libero costa meno ed è un’abitudine difficile da correggere senza leva fiscale.
Il Sulcis-Iglesiente è uno dei territori sardi con i tassi di disoccupazione strutturalmente più alti e la base industriale più compromessa dalla deindustrializzazione seguita alla chiusura delle miniere. Un investimento da 1,5 miliardi con 400 posti a regime non risolve quella storia, ma in quel contesto specifico il dato ha un peso diverso rispetto a quanto avrebbe in un territorio già saturo di opportunità.
Energia, acqua, numeri
Le preoccupazioni che accompagnano i data center di questa dimensione riguardano principalmente il consumo energetico e il consumo idrico. Sul secondo punto, i sistemi a circuito chiuso oggi adottati dagli impianti di raffreddamento non comportano un consumo netto significativo: il volume d’acqua utilizzato si mantiene costante nel circuito. È un dettaglio tecnico che tende a essere frainteso nel dibattito pubblico.
Il consumo elettrico è un discorso diverso. Un campus da 400 megawatt come quello lombardo è un carico rilevante sulla rete. Il progetto sardo, dimensionato fino a 30 megawatt e integrato con generazione rinnovabile e accumulo ibrido, ha caratteristiche diverse: la componente energetica è parte del progetto stesso, non un onere esterno da scaricare sulla rete locale. Questo distingue Digital Vault Sulcis da un data center convenzionale e lo avvicina al modello degli impianti energeticamente autosufficienti o quasi.
Sul fronte finanziario, l’entusiasmo degli investitori globali verso l’infrastruttura AI mostra qualche primo segno di pressione: banche esposte su prestiti del settore, rendimenti non ancora verificati su scala, debito crescente tra i principali operatori. Non è un allarme immediato per i due progetti italiani, che hanno già il riconoscimento governativo, ma è il quadro in cui questi miliardi si muovono.
Per il territorio sardo, la domanda concreta è quando il cantiere parte e in che tempi i 400 posti annunciati diventano occupazione reale. Il riconoscimento strategico è il primo passo. L’autorizzazione unica è il secondo. Il cantiere è il terzo.
