AI in azienda: Daniele Vitali e la differenza tra usarla e farla lavorare
Ha aperto con tre domande alla sala. Chi usa già un assistente AI. Chi ha cambiato un processo aziendale. Chi ne ha misurato il risultato. Le mani alzate alla prima domanda erano molte. Alla terza, quasi nessuna. Daniele Vitali, CEO di Punto Com Group, ha iniziato così il suo intervento nella seconda giornata di MBS Sardegna, edizione di ottobre, dedicata al tema Business Innovation. Tre domande per misurare la distanza tra la percezione e la realtà dell’adozione dell’intelligenza artificiale nelle imprese italiane.
Quella distanza è più ampia di quanto si pensi. I numeri lo confermano con una certa chiarezza: secondo l’AI Management Index elaborato da CIDA e AI4I su circa 1.800 dirigenti e manager, l’89% usa regolarmente l’AI. Solo il 30% l’ha integrata strutturalmente nei propri processi. Il dato PwC, ricavato dal Global CEO Survey 2026 condotto su 4.454 CEO in 95 paesi, aggiunge un’ulteriore prospettiva: il 56% dei CEO non ha ancora rilevato benefici finanziari significativi. Usare e fare lavorare sono due cose diverse. L’intervento di Vitali si è costruito attorno a questa distinzione.
Il primo equivoco che ha portato sul palco è familiare a chiunque si occupi di impresa e tecnologia. «Uso ChatGPT ogni giorno. Ho già introdotto l’AI in azienda.» Una mail ben scritta sorprende. Mostra, però, solo una porzione minima di quello che questi strumenti possono fare quando vengono alimentati con dati aziendali reali: clienti, prezzi, margini, strategie. L’entusiasmo per il risultato immediato porta facilmente a dimenticare a chi si stanno affidando quelle informazioni. Vitali ha posto la questione in modo diretto: «Chi di voi, quando esce dall’azienda la sera, lascia porte, portoni e cancelli aperti?» La sicurezza dei dati è il lato della conversazione sull’AI che viene ancora troppo spesso rimandato.
Il secondo equivoco riguarda la delega verso il basso. L’imprenditore che ha capito il potenziale dello strumento e ritiene che ai collaboratori basti eseguire si trova davanti a un problema strutturale: la convinzione del vertice non garantisce l’adozione da parte dell’organizzazione. La ricerca RAND del 2025, citata da Vitali, stima che oltre l’80% dei progetti AI fallisca. Tra le cause principali: obiettivi fraintesi tra direzione e tecnici, esperti interni poco coinvolti o resistenti, tempi e lavoro sui dati sistematicamente sottovalutati. Mesi di sviluppo possono produrre poco impatto sul lavoro reale se manca una visione condivisa tra chi decide e chi opera.
Il terzo equivoco è forse il più costoso. L’imprenditore che vede una demo convincente di un agente AI e conclude che quel sistema farà per lui rischia di cadere in una trappola precisa: investire tempo e denaro in qualcosa costruito su logiche e dati altrui. Il modello di lavoro potrebbe rispondere a esigenze diverse dalle sue. Potrebbe scoprire dopo, e a caro prezzo, quali dati servono e come il sistema li userà. I processi interni rischiano di adattarsi ai vincoli del prodotto comprato, anziché il contrario. La domanda che Vitali ha lasciato sospesa in sala è diretta: «Stai adattando l’azienda al sistema che hai comprato?»
L’alternativa che Punto Com Group porta avanti ha una logica opposta. Il sistema nasce dai dati e dalle domande dell’impresa, con un processo in quattro fasi: collegare i dati aziendali (PDF, gestionale, listini, telefonate, email, preventivi), definire con l’imprenditore e le prime linee le domande a cui il sistema deve rispondere, individuare esigenze e opportunità concrete, sviluppare e testare il sistema su misura. I dati confluiscono nel data center AI del gruppo, situato a Cazzago San Martino, dove i modelli lavorano su relazioni e contesto specifici di quella realtà aziendale. La tecnologia segue gli obiettivi, non li precede.
Per avviare questo percorso, Vitali ha proposto un esercizio minimo: identificare un responsabile operativo, un piccolo gruppo, una verifica settimanale. Prima di scegliere qualunque tecnologia, rispondere a quattro domande. Quale attività si vuole alleggerire. Quali eccezioni conosce soltanto chi lavora dentro. Chi decide e chi controlla. Quale tempo si è disposti a dedicare alla prova. Un processo. Un responsabile. Una misura. Una data. L’alternativa a questo rigore metodologico è la dispersione: tanti strumenti in uso, nessun risultato misurabile.
Punto Com Group è nata nel 2001 e ha attraversato venti anni di trasformazioni tecnologiche nell’industria delle telecomunicazioni e dei servizi digitali. La sede ospita oggi un AI Lab e un Data Center. Il curriculum dell’azienda non è stato il centro del discorso, ma ne ha costituito la credibilità di fondo: Vitali porta in sala un’esperienza operativa sul campo, costruita su scelte verificabili nel tempo.
Alla chiusura dell’intervento, la sala ha ricevuto un’ultima domanda: quale decisione prenderai, al rientro in ufficio, perché questa ora produca un risultato concreto? La risposta, come tutta la metodologia illustrata, deve stare in quattro risposte scritte su un telefono in tre minuti. L’AI funziona quando è un sistema, con dati propri, domande proprie e persone responsabili di misurarlo. Il resto, per quanto convincente in una demo, rimane un esperimento.
