Mauro Maschio, Direttore Generale del Banco di Sardegna: al Podcast Management Tips racconta la carriera europea, e un numero di cellulare dato a tutti i collegoli
Durante la prima tornata di incontri con i colleghi del Banco di Sardegna, Mauro Maschio ha fatto qualcosa di inusuale. Ha chiesto a tutti di estrarre il telefono, aprire la rubrica e salvare il suo numero di cellulare personale. Non un centralino, non un’email istituzionale: il numero diretto del direttore generale. Stava ancora finendo di pronunciare l’ultima cifra quando ha avuto un momento di dubbio. Poi ha continuato, convinto. È quel gesto a dire, meglio di qualsiasi dichiarazione d’intenti, com’è fatto Mauro Maschio come leader.
Maschio arriva da Tornavento, un paese di circa trecento anime al confine tra le province di Varese, Novara e Milano. Scuole elementari nel paese, medie nel paese vicino, superiori in quello ancora vicino. Gemello di una sorella con cui condivideva l’aula – e ammette con divertimento che il materiale scolastico non sempre aveva origine del tutto indipendente. Bambino timido, posato, curioso di storia e lettore vorace. Il salto avviene al terzo anno di superiori: da studente che tirava a campare, qualcosa scatta. Smette di puntare sul minimo indispensabile e comincia ad assorbire tutto quello che incontra.
La carriera comincia in banca, dopo una parentesi breve in una società di consulenza dove non capiva cosa dovesse fare. Capo filiale in Lombardia, prima esperienza manageriale con tutti gli errori del caso. Poi la direzione centrale a Milano. Poi l’estero: Polonia, Austria, di nuovo Polonia, Ucraina, di nuovo Austria, di nuovo Ucraina. Il primo inverno a Kiev rimane impresso. Un freddo di livello diverso. Una zona di sconfort totale che, nel tempo, diventa il parametro con cui misura tutte le difficoltà successive. A un certo punto torna in Italia con un cambio di rotta netto: a Milano si occupa di digitalizzazione, terreno completamente diverso da quello che aveva percorso fino ad allora. Poi di nuovo in Austria. Poi una pausa come consulente, qualche anno. Poi l’offerta del Banco di Sardegna.
Quando si è presentato ai colleghi, la prima cosa che ha detto è che arrivava da Marte. Non da Milano, non dall’Austria: da Marte. Intendeva che veniva da fuori, con occhi nuovi, senza aspettative rigide. La Sardegna lo ha sorpreso, però. Le coste erano già note – dice che bastava vederle in televisione per capire. Lo ha stupito, invece, l’ambiente umano. Ha trovato una solidità nel legame tra le persone e il loro territorio, giovani che scelgono di restare e costruire qui, e una capacità di collaborare che le premesse non lasciavano prevedere. «Ho visto tante situazioni in cui le persone davvero lavorano insieme», ha dichiarato. «Questo mi ha stupito rispetto a quello che mi avevano raccontato».
La missione che si è dato al Banco è sintetica: aiutare la Sardegna a essere ancora di più il posto bello che già è. Famiglie, imprese, giovani, chi una casa ancora non ce l’ha, chi un rischio futuro non sa come coprire. Se si crea valore per il territorio, il profitto segue. È la stessa logica che guida il suo stile di leadership: per erogare un buon servizio hai bisogno di persone contente di lavorare con te, e per farlo devi sapere come vivono la loro giornata. Da qui il numero di cellulare in rubrica, le visite sul territorio per incontrare i colleghi senza chiedere loro di spostarsi. La comunicazione è diretta, al limite del brusco.
Sul capitale umano, Maschio ha maturato nel tempo una posizione precisa. In tutte le persone c’è valore: il compito di chi guida è trovare il modo di farlo emergere. Un principio correlato è la preferenza per chi è già dentro: prima di cercare fuori, vale la pena dare opportunità a chi conosce già l’organizzazione. Le strutture monoculturali rischiano di diventare autoreferenziali, e iniettare esperienze diverse aiuta. Ma il punto di partenza rimane valorizzare ciò che c’è. Le aziende che crescono, dice, sono quelle capaci di trasformare i propri collaboratori nei manager e, potenzialmente, nei soci di domani.
Quando si parla di imprese italiane – e il novanta per cento sono microimprese da meno di nove dipendenti – Maschio individua due freni principali. Il primo è oggettivo: mercati locali con limiti dimensionali, internazionalizzazione che richiede strumenti non sempre disponibili. Il secondo è più profondo: la paura di perdere il controllo. Crescere significa delegare, costruire una struttura manageriale, accettare che altri prendano decisioni. Rinunciare a farlo produce un effetto paradossale: l’azienda diventa meno resiliente. Quando arriva uno shock esterno, l’imprenditore che ha tutto in mano non ha abbastanza energia per reggere su tutti i fronti.
Per chi vuole crescere professionalmente, il consiglio di Maschio ha tre elementi. Serve una ragione forte e personale per cui si vuole arrivare da qualche parte, perché il percorso ha un prezzo e si paga. Secondo: farlo insieme agli altri, crescere nel contesto, non nonostante di esso. Terzo, quello che lui considera più rilevante: lavorare per l’azienda, per il team, per la comunità. Chi mette il proprio avanzamento davanti a tutto prima o poi entra in conflitto con il bene dell’organizzazione, e quel conflitto prima o poi emerge.
La meta che Maschio si è dato al Banco non riguarda la posizione successiva. Quando guarderà indietro al suo mandato, vuole poter dire che quello che lascia è migliore di quello che ha trovato. Più forte, più resiliente, con più clienti soddisfatti e colleghi più contenti. È il tipo di obiettivo che rende ogni mattina significativa indipendentemente dall’umore. Al termine del podcast, Maschio ha estratto un foglio scritto a mano. Il consiglio era semplice: siate curiosi di tutti e di tutto ciò che vi circonda. Una domanda da porsi sempre: cosa posso fare per rendere più soddisfatte le persone che incontro? Chiedete più che rispondere. È quella sintesi, scritta a mano in poche righe, a dire dove si concentra la sua idea di leadership.
